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Gli
Slavi, fra i secoli VI e VIII, risultano stabiliti ai margini orientali
dello stanziamento longobardo, all’interno del quale penetravano sia compiendo
brevi e violente incursioni, sia mediante forme d’insediamento agricolo.
La loro presenza è testimoniata localmente dai nomi di località minori
o di centri più noti, qual è appunto Gradisca. Il termine potrebbe derivare
dallo slavo gradišče, cioè luogo cintato, oppure da
gradiscje e rimandare così alle rovine di un preesistente castello.
Si tratta di un’etimologia che ha permesso di ipotizzare l’esistenza,
nel posto occupato dalla cittadina, di un castelliere sorto in età antichissima
a difendere alcune capanne costruite sulle ultime prolungamenti del Carso,
vicino al fiume. Nella
zona della Bruma - l’attuale Mercaduzzo, secondo la denominazione assunta
da quando, nel 1548, vi fu aperto il primo mercato – di una postazione
militare romana o di una stazione sulla strada che portava alla Pannonia. Il
ponte sull’Isonzo, il Pons Sontii già presidiato da Farra, sarebbe
stato distrutto e sostituito con un semplice guado indipendente da qualsiasi
controllo pubblico. Sarebbero
iniziati nel 1479 i lavori di ripristino delle strutture difensive scardinate
dai Turchi. Per
la conformazione del sito, particolarmente idonea a venir fortificata,
e per la sua valenza strategica, derivata dal fatto di costruire una vera
e propria chiave d’accesso ai territori veneti, Gradisca si segnalò come
la principale delle cittadelle volute dalla repubblica al fine di concentrarvi
le truppe incaricate alla difesa dell’Isonzo. La fortezza venne realizzata
per volontà dei provveditori Domenico Giorgio, Candiano Bolani, Zaccaria
Barbaro e Giovanni Emo. L’avvio dei lavori di costruzione coincide per
Gradisca l’inizio della sua vera e propria storia. Una cinta muraria,
costruita fra il 1479 e il 1483 e comprensiva di tre torri – dette della
Spirata, della Marcella e della Calcina – sorse a difendere dalla parte
del fiume l’elevazione naturale del Colisello, più vicina all’Isonzo.
Un’altra torre sorgeva verso nord, presso la porta che dava accesso alla
cittadella e che, aperta verso la piana delimitata dalle colline di Farra,
da questa località avrebbe tratto il nome. Terrapieni e graticci delimitavano
l’intero perimetro della fortezza che si sarebbe voluta chiamare ora “Emopoli”
in omaggio al veneto Giovanni Emo. In seguito alla demolizione delle fortificazioni
a carattere provvisorio, fatte di legno e terra, seguì la costruzione
di nuove strutture murarie con funzioni di raccordo tra le opere esistenti
a settentrione e la “bastia” costruita vicino all’Isonzo su disegno del
Gallo e detta perciò “francese”. Il compimento dei lavori e la costruzione
della nuova torre della Campana, verso occidente, vennero affidati al
bresciano Giacomo Contrino. All’interno della fortezza il tracciato ortogonale
delle vie avrebbe dovuto assicurare alle truppe la possibilità di muoversi
rapidamente da una parte all’altra della cinta muraria. La cittadella
aveva il compito di fermare le avanzate dei Turchi. In
funzione del suo ammodernamento i bastioni rotondi vennero sostituiti
con quelli angolari ideati da Francesco Di Giorgio Martini. Al suo interno
fu costruito fra gli anni ‘50 e gli anni ’80 del 1500, durante i capitanati
di Giovanni de Hojos e di Giacomo d’Attems, il complesso del castello,
completo di palazzo del capitanato, pozzo e arsenale. In
periodi successivi Riccardo, luogotenente e comandante della fortezza
di Gradisca, ne riorganizzò la difesa, organizzò la difesa, ordinando
i lavori di fortificazione e ammodernamento della cinta muraria, la demolizione
d’edifici antistanti e l’abbattimento della vegetazione. Grazie a queste
opere si venne così a creare una spianata funzionale al controllo dei
movimenti del nemico. Durante
il governo d’Ulderico della Torre, capitano di Gradisca dal 1660 al 1695,
vennero costruiti la Loggia dei Mercanti, il pubblico granaio,
il seminario e il Monte di Pietà. L’architettura sanciva così il
mutamento subito dal centro gradiscano, che da cittadella militare diventava
centro amministrativo e d’attività economiche. In
seguito venne riscoperta l’originale funzione difensiva di Gradisca. Dal
1780 il castello, di cui era stata potenziata la guarnigione, era servito
soprattutto come carcere. A causa della minaccia francese vennero restaurate
e rinforzate le fortificazioni della cittadella, danneggiate durante il
secolo XVIII dalle frequenti piene dell’Isonzo. Ad arginare il corso aveva
lavorato il cesareo regio ingegnere provinciale Giovanni Antonio Capellaris,
autore nel 1772 di un progetto per il ponte del castello di Gradisca.
Nel
gennaio del 1798 Gradisca, abbandonata dalle truppe francesi già dal maggio
del 1797, ritornò pertanto al governo austriaco. Durante
la repressione dei moti rivoluzionari che si erano opposti al diffuso
rifiorire delle tradizionali idee politiche e religiose, per i Carbonari
lombardi anche Gradisca aveva assunto un ruolo, quello di tappa intermedia
nella vicenda degradante della prigionia. Nel castello di Gradisca, ridotto
a prigione di Stato, erano sostati infatti i condannati a morte che avevano
visto commutare la loro pena in quella del carcere duro da scontare allo
Spielberg o a Lubiana. Nel
1854, in linea con quanto avveniva in quegli anni nella maggioranza delle
città, che allora perdevano la propria antica cinta muraria in funzione
di una regolata espansione urbana, fu infatti abbattuta la parte occidentale
delle mura. Alla crescita dell’abitato, ora non più limitata dalla necessità
della difesa, veniva in tal modo destinata una spianata. Fra il 1879 e
gli ultimi anni del secolo XIX, la costruzione della villa “Miramondo”
addossata alla Torre della Campana e la modifiche in seguito apportate
all’edificio, tanto da farlo sembrare inserito nel complesso delle fortificazioni,
segnarono il definitivo tramonto di qualsiasi funzione difensiva della
cittadella di Gradisca. La
spianata, divenuta in seguito una vasta distesa verde d’alberi e di prato,
avrebbe offerto una nuova visione urbana dello spazio interno dell’antica
fortezza.
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